RUMORE – Super Dog Party – Blues Screen of Death

Il grosso, grasso, blues’n roll romano fatto di sudore e tecnica. Non parlo della BSBE, ma di un giovane gruppo che per attitudine ci si avvicina molto. I tre SDP hanno un bel groove, un occhio rivolto al southern rock in Subject Dog Blues, e l’altro al r’n’r scandinavo di scuola Hellacopters nella fumante title track.

Gli altri due pezzi del 10″ tendono di più all’introspezione bluesy, sopratutto The One Who Knocks.

 

Tratto da Rumore

www.rumoremag.com

 

Live Report – Warning Night @ Defrag

Sabato scorso, 2 maggio, al Defrag di Roma si è svolta la serata di chiusura di stagione per Warning Records, in cui ben cinque band si sono alternate sul palco.

Il primo a salire sul palco è FAB, all’anagrafe Fabrizio Squillace, e la sua band, che con un sound pop rock introspettivo di matrice britannica, scalda l’atmosfera del locale. Ottimi suoni, melodie azzeccate e un buon impatto iniziale, purtroppo dopo pochi brani interrotto da problemi alla pedaliera del chitarrista solista. Inconvenienti che capitano e che comunque non inficiano sulla buona impressione che fa la band sul palco.

Dunque è il turno dei Mia Wallace a continuare la serata: le distorsioni e i ritmi aumentano e le teste cominciano a muoversi, grazie a questa band quasi interamente al femminile. Il loro sound è potente e melodico allo stesso tempo, la batteria di Pasquale mena come un treno con il supporto dell’impetuoso basso di Micol, mentre la chitarra solista di Valentina riempie sapientemente i suoni e la voce cristallina di Alessandra completa il tutto.

Ad accelerare ancor di più i ritmi ci pensano i Super Dog Party, power trio che porta sul palco furore, sudore e un rock n’ roll con attitudine punk che non può non coinvolgere chiunque li ascolti. Massimiliano si diverte dietro le pelli, mentre Valerio sostiene le ritmiche al quattro corde e Alessandro si scatena sul palco e tra il pubblico con la sua chitarra e la sua voce.

La serata continua con i Granada Circus, quartetto indie alternative rock, e i loro riff e ritmi ballabili. Il sound di Alessandro, Milo, Federico e Stefano è un incrocio tra funk, punk e post rock e per certi versi potrebbe ricordare i Motel Connection, ma con una propria identità definita, figlia anche del loro ultimo lavoro discografico, “Vertebra”, uscito proprio il mese scorso.

A chiudere la serata il duo elettronico sperimentale WHAO e il dj set elettro-dance e nu-disco di Acrix, che continuano a far ballare il pubblico.

Una setlist ben organizzata, in crescendo, che rende la serata piacevole, divertente e coinvolgente.

Massimiliano Franchi

The Dirty Jobs – Play Dirty

Dopo qualche anno di attività, i Dirty Jobs hanno finalmente dato alla luce il loro primo disco intitolato “Play Dirty”. Se fosse successo qualche decennio fa oltre frontiera sarebbe stata solo una bella notizia ma, nel 2015, in Italia, è una specie di miracolo.

Bisognerebbe scrivere un trattato per poter spiegare perchè la loro opener track “Good to be Bad” non è materiale che ci si può aspettare da una formazione Italiana. Si può però affermare con certezza che si tratta di musica composta da chi, del Rock, non ne ha solo sentito parlare, ma ne ha sopratutto masticato affondo la discografia e vissuto la cultura.

Non c’è nessuna attitudine studiata, nessuna produzione e sonorità pacchiana, e, per assurdo, non entra in campo neanche nessun manierismo fine a se stesso. E’ per questo che “Play Dirty” non è solo un album, ma una lezione per tutte le altre formazioni con cui i Dirty Jobs condividono la scena, una forte batosta che copre di ridicolo anche quelle che hanno più attenzione da parte dei mass media.

Era ora!

Recensione Super Dog Party – Blues Screen of Death

Attivi ormai da ben cinque anni, i Super Dog Party sono senza ombra di dubbio una delle rock band romane più valide e sorprendenti tra tutte quelle in circolazione, considerando non solo la grande carica che le loro canzoni riescono a trasmettere, ma anche l’intensità impressionante che caratterizza i loro concerti; nonostante una discografia ancora esigua, questo eclettico power trio di stampo punk blues può vantare un curriculum piuttosto importante per ciò che concerne l’attività live: perennemente on stage anche senza avere sempre dei dischi nuovi da presentare, i Super Dog Party hanno già messo in archivio una lunga serie di date dove non è mai venuta meno la loro impagabile verve, e dove di certo gli spettatori presenti non si sono mai annoiati.

La band, che vede Alessandro Peana alla voce e alle chitarre, Valerio Scialanca al basso e Massimiliano Di Santo alla batteria, ha da poco pubblicato un pregevole mini disco d’inediti arrivato a tre anni e mezzo di distanza dal precedente The Big Show, album di debutto del progetto e rilasciato nell’autunno del 2011. Il disco, stampato esclusivamente in vinile, s’intitola Blues Screen Of Death e si compone di quattro tracce ben prodotte e decisamente accattivanti.

A livello stilistico e sonoro si riscontrano sempre quegli elementi che i Super Dog Party hanno scelto di mescolare e di elaborare sin dalle origini: riff di chitarra a ripetizione, linee di basso incalzanti, ritmi serrati, grande velocità, distorsioni abbondanti, echi garage ibridati con il blues, testi diretti e un cantato magari poco stiloso eppure efficace.

Andiamo dunque a vederle un po’ più nel dettaglio queste canzoni: la prima, che s’intitola “The Dark Passanger“, non è che un formidabile concentrato di rock ‘n’ roll reso però moderno da evidenti influenze (pop) punk. Il brano dimostra già dalle primissime battute di essere tanto travolgente quanto sapientemente impostato. Portentosi gli stoppati di chitarra, micidiale il tiro del brano: pezzo più adatto per aprire il disco proprio non c’era.

Dopo “The Dark Passanger” è la volta di “Blues Screen Of Death“, la canzone che dà il titolo alla mini raccolta e che chiude il lato A del vinile. Anche qui ci troviamo di fronte ad un pezzo estremamente ritmato e pieno di groove, dove le chitarre svolgono un lavoro impeccabile, seguite inoltre con grande sensibilità dalla sezione ritmica.

Con “Subject Dog Blues“, il terzo brano in scaletta, si assiste invece ad un passaggio netto verso un blues rock molto classico e robusto. In questo caso il mood generale fa pensare soprattutto ai mitici ZZ Top, e ciò è sempre merito del tocco chitarristico di Peana, la cui voce si fonde benissimo con il sound caldo, sanguigno e graffiante sviluppato per l’occasione assieme agli altri due elementi del progetto. Ultimo brano in scaletta è invece “The One Who Knocks“. Dopo un inizio piuttosto tranquillo, caratterizzato da un arpeggio di chitarra acustica in stile Il Pan Del Diavolo unito a lievi sfumature di stampo psichedelico, la canzone acquista gradualmente ritmo e intensità fino a tramutarsi in un pezzo alquanto potente.

 

Davvero un peccato che un disco come Blues Screen Of Death si chiuda dopo appena una quindicina di minuti. La speranza è che a breve la band si ripresenti con un album più ricco di canzoni perché la musica dei Super Dog Party è sempre di altissima qualità, oltreché imprevedibile e ricolma di particolari sfaccettature. Nel frattempo chi può si goda la bellezza di questo progetto discografico eccellente perché frutto di tanto lavoro in fase produzione e di una grande versatilità sonora.

Alessandro Basile
http://www.musicoff.com/articolo/super-dog-party-blues-screen-death

Super Dog Party – “Blues Screen of Death” in streaming
http://www.superdogparty.com/audio/bluesscreenofdeath/

 

Recensione Mardi Gras – Playground

Mardi Gras. Martedì Grasso. Un nome che richiama una vastità di immagini, un carnevale di musica, dove c’è posto per tutto e tutto trova posto… riflessione, piacere e, ovvio, puro divertimento.

La voce di Claudia Loddo ci accoglie con una delicata ballad per darci il benvenuto  nel mondo musicale dei Mardi Gras.

Un mondo che cambia forma  continuamente. Non si ha il tempo neanche di provare a incasellare un brano in questo o quello stile, che subito il brano successivo si presenta in una veste completamente nuova. Varietà, stile, passione. Il sogno di ogni ascoltatore.

I Mardi Gras sono romani, ma nel loro lavoro non si sente nulla di “italiano”. Le tracce richiamano i grandi spazi d’America, l’America del blues e del rock, l’Inghilterra beatlesiana e la verde Irlanda del folk.  Un respiro internazionale senza nessuna deriva esterofila. La musica, come dice il titolo, è il loro campo da gioco, e i Mardi Gras non solo sanno giocare maledettamente bene, ma fissano nuove regole che saranno difficili da seguire per qualunque altro musicista.

I Mardi Gras sono una realtà solida, granitica addirittura, e non è necessario leggere il loro ricco curriculum per capirlo.

Basta ascoltare la loro ottima musica

Alessandro Vannozzi

http://www.mardigrasmusic.it
https://www.facebook.com/mardigrasband

https://play.spotify.com/album/2ZYtY0XikLaOvu2EQzP5yx

Recensione Artefici – L’ipocrisia del babbano

Ricalcando il titolo che richiama l’mmaginario “potteriano”, questo lavoro degli ARTEFICI riesce a cogliere lampi di autentica magia.

Le varie traccie mettono in scena la poetica del gruppo romano, passando da atmosfere power-rock a slanci melodici, senza nulla togliere al pathos dell’ascoltatore.

I testi, tutti in italiano, necessitano di più di un ascolto per coglierne tutte le sfumature.

La complessità delle liriche rende a volte spiazzante la metrica della linea vocale, ma grazie alla bravura dei musicisti, sezione ritmica in primis, tutto scorre liscio.

I numerosi cambi di passo lasciano intravedere influenze prog-rock, rivisitate in maniera assolutamente originale. I brani si presentano in un perfetto equilibrio di musicalità e complessità, privi di tutti quei preziosismi che ne renderebbero faticoso l’ascolto.

Tra le 10 tracce spicca la suite OBE, divisa in due parti, per un totale di circa 10 minuti di musica accattivante e riflessiva, e la open track, MAINSTREAM LO-FI, che mette subito in chiaro che gli ARTEFICI hanno idee chiare e mezzi per esprimerle al meglio.

Ultima chicca, la finale, SEPOLTURA, dove la teatralità del cantante la fa da padrone.

Musica precisa e coinvolgente, testi che fotografano le contraddizioni di questa era di social-solitudine: questi ragazzi sono stati “artefici” di un lavoro che sentiremo suonare a lungo.

Alessandro Vannozzi

https://www.facebook.com/Artefici
https://open.spotify.com/album/2aDBM55UbfdQn77srJjXXJ

Recensione Dead Inside e Psycho – Muse

Dead Inside è il nuovo singolo dei Muse, pubblicato ormai da qualche giorno sul canale YouTube ufficiale del gruppo.
Ascoltato a tutto volume il nuovo brano tiene il confronto con altri singoli dei dischi precedenti e, insieme a “Psycho” fa ben sperare per il lancio del nuovo album, “Drones” in arrivo a Giugno.

I fan ameranno sicuramente entrambi i brani che mantengono il classico sound della band e riconosceranno in essi tratti dei dischi precedenti. Per il momento i due brani confermano l’energia e tutto ciò che è già stato ampiamente sentito e apprezzato nello stile del gruppo.

Il disco è già in preordine su amazon, in una versione solo CD audio, o anche su vinile a due prezzi abbastanza simili.

Ricordiamo che vedremo il gruppo impegnato nel loro tour con una data romana al Rock in Roma 2015

Recensione Absolute – The Absolute

Gli Absolute sono un gruppo dell’underground romano che propongono un rock moderno e ben suonato.

I giovanotti sono in 5: Giovanni Policella: voce, Raffaele Polito: chitarra, Marco Persiani: chitarra, Christian Marinò: basso, Luca Margiani: batteria.
Nascono come cover band di Queen, Pearl Jam, Velvet Revolver e altri grupponi del Rock internazionale, mettono su una scaletta e iniziano a suonare nei locali romani della scena underground: Stazione birra, Pride, Radio Caffe, Dog Town, e altri. Dopo questa esperienza di cover band in cui, diciamolo, passano un po’ tutti i gruppi, i ragazzuoli decidono di registrare un EP. Meno male!

Il passaggio da cover a pezzi propri è lodevole!
I brani sono 5: Find your way, Mirror, Break your time, Escape, The absolute.
Il lavoro è sapientemente mixato e le chitarre escono pulite e chiare, come il basso e la voce, alta, armoniosa e intonata. La batteria è un po’ sottotono, ma alla fine fa il suo lavoro e contribuisce a rendere il sound un po’ più potente, il che in un gruppo rock è fondamentale, quindi buona la performance del batterista Luca. Le chitarre, nella parte ritmica, hanno un non so che di “smetalleggiante” nei riffoni stoppati alla Alter Bridge e i soli sono dinamici e ben eseguiti. Trovo che i tempi scelti siano un po’ troppo lenti, in tutte le canzoni: 5 o 6 punti di metronomo in più su un pezzo come Escape ci stavano tutti, anche su The Absolute.
Dando una descrizione generale, diciamo un’occhiata dall’alto, il lavoro è molto ben arrangiato, con particolari chicche strumentali soprattutto chitarristiche, come gli accordi dissonanti su The absolute, che aiutano a rendere il brano un po’ più particolare degli altri, e l’attacco quasi epic metal di Mirror, che poi evolve in un giro stoppato di matrice più heavy, alla Iron Maiden, con annesso assoletto melodico e drammatico. Interessanti anche le modulazioni armoniche sempre su Mirror, qui c’è qualcuno che ha studiato la musica…

Bravi i ragazzi , si sente che sono all’inizio del lavoro di composizione, e per trovare un’identità artistica solida e unica c’è da lavorare ma l’energia che trasmettono è tanta e la voglia di suonare altrettanta.
I migliori auguri per il loro futuro artistico, se li meritano tutti.

https://www.facebook.com/Absolute.Roma

Alessandro Cavalli

 

Live Report – Wait hell in pain, Fuori linea, e Edenice @ Defrag

I gruppi alternative metal con voce femminile sono come i funghi: se guardi bene nel sottobosco ne trovi sempre qualcuno. In questo paragone il sottobosco sarebbe l’underground romano e andando più nello specifico il Defrag. Nello storico locale del Tufello, ieri sera, venerdì 13 marzo, si sono alternati sul palco 3 gruppi : Wait hell in pain, Fuori linea, e Edenice. L’evento è organizzato da Addlive. Tra i partner si leggono Rock by Wild, Tempi dispari, Radio Kaos Italy, Artistdata e naturalmente il Defrag.
Si comincia verso le 23, quando il locale è ben popolato. I primi a salire sul palco sono i Wait hell in pain.
Il gruppo si presenta ben vestito per l’occazione: la cantante sfoggia un look tipico del genere, molto scuro, con pantaloni strappati, capello fucsia che fa male alla retina e corpetto rigorosamente nero come la pece. Che dire, non ci sono più i vecchi metallari di un tempo per i quali il massimo dell’eleganza è il classico gilet jeans con le toppe dei gruppi. Non ce stanno più i ghepardi di una volta!! Come è solito dire er Piotta.
I giovini sono in 5, formazione tipica, 2 chitarre, basso, batteria e voce.
Il loro genere è un metal abbastanza morbido e delicato, le loro chitarre sono semplici e d’impatto, la voce è pulita e alta e molto di rado si permette qualche growl.
Sporadicamente, durante il concerto, abbandonano le loro sonorità pulite e serene per lasciare spazio a spunti strumentali molto dinamici e molto interessanti, di matrice più progressive.
Ecco un paio di link che vi aiuteranno a capire di che musica si parla:


https://www.youtube.com/watch?v=18o1f6XTDvc

Questi ragazzi hanno scelto un nome che farebbe paura anche ai Marduk e farebbe sentire i Behemoth cantautori pop che fanno sigle di cartoni animati, lasciando immaginare che i loro testi siano satanici e sofferenti, le voci purulente e le batterie frenetiche. Wait hell in pain significa letteralmente “aspetta l’inferno nel dolore”…una prospettiva allegra e ottimistica la loro, fiduciosa nell’aldilà! che solarità! che voglia di vivere! un’ immagine colorita!! Oserei dire primaverili questi giovanotti! In realtà è tutta scena, sono un gruppo molto piacevole all’ascolto, melodici e armoniosi, non parlano di pestilenza e putrefazione ne tantomeno inneggiano alla violenza. Non l’avreste mai detto eh? eheh manco io.
Preparano bene il terreno ai Fuori linea, che dopo una piccola pausa e qualche canzone messa su da Alex, gestore del locale nonchè fonico e dj, attaccano con il loro suond compatto e massiccio con dei bei chitarroni forti e chiari, distorti e rumorosi. Il pubblico si scalda e si posiziona sotto il palco, cantando i ritornelli e “scapocciando” a più non posso.
Il loro post-grunge con influenze nu metal è molto ben arrangiato e preciso, suonano benissimo. Lasciano terreno a strofe rilassate e sognanti su cui la cantante si apre con melodie semplici e orecchiabili e le chitarre accompagnano con arpeggi minimali. Qui il batterista fa il suo lavoro come raramente ho visto fare: soprattutto in queste parti più calme, fornisce una colonna stabile, sicura e portante su cui il basso si appoggia saldamente e, in sincronia con la cassa, sviluppa colpi precisi e ben assestati, ragazzi, lavatrici dietro la nuca, neanche fosse Mike Tyson
La voce anche qui è squillante e pulita, senza alcuna parte strillata. Per rendere il tutto ancora più bello di com’era sarebbe bastato un pizzico in più di pepe, luminosità e tecnicismo (soprattutto da parte delle chitarre), che avrebbe contribuito a spaziare un po’ e creare atmosfere un po più varie.
Metto qualche link dei loro pezzi:


https://www.youtube.com/watch?v=3uLMOnZ6lDI

Il terzo gruppo sono gli Edenice che Gianmarco Bellumori della Agoge records, presente in sala, ha preso sotto la sua ala protettrice e produttrice.
Gli Edenice, a differenza degli altri fanno metal puro e semplice, non danno spazio né al grunge ne al new metal.
Presentano delle melodie di stampo medievale, un po’ da menestrello di corte, come ricorda un loro pezzo: “Medieval Sin”.
Il tastierista suona intelligentemente con il supporto degli archi e dei violini e gli effetti in stile claricembalo rendono il tutto un po’ “campanelloso” e antico. Il loro è un metal molto classico e lento, ricordano spesso gli Evanescence e i Nightwish, ma hanno un tocco Folk che mette il sorriso e fa pensare a cavalli e calessi, dame e cavalieri, e fa venir voglia di sedersi a un tavolino del locale, tirar fuori qualche dado e partire alla ricerca di un tesoro insieme al dungeon master.
Qui trovate qualche loro pezzo live:

Serata molto poco maschia rispetto a quello che si trova di solito in giro nei locali rock/metal della capitale, in cui sventolano chilometri di barbe e capelli e in cui il tipico esemplare di maschio metal è onnipresente e onnibevente; si notano infatti le forme abbondanti delle cantanti e i loro vestiti curati, soprattutto il corpetto nero con decorazioni floreali rosse e la gonna a velo nera della cantante degli Edenice che suscita l’interesse dei presenti uomini sotto il palco, tra cui il sottoscritto. Mi sembra adesso il caso di raccontare quest’episodio: A causa di un problema tecnico alla spia, il concerto si ferma per un attimo e la bellissima cantante degli Edenice, sentendosi come in colpa per quanto accaduto, dice: “scusate, siamo donne… ma oltre alle gambe c’è di più”. Beh, ragazzi aveva ragione, c’era un’abbondanza incredibile, davanti, sopra, sotto, di fianco, dietro, ovunque la guardavi c’era sostanza…. è verooo!!!! c’era moooolto di più della gambe!!! doooonneee dooonneeee oltre alla gambe c’è di piuuuu.

 

Alessandro Cavalli

Pink Floyd – The Endless River

Il mio animo è molto tribolato nei confronti di questo disco.

È davvero difficile dare un giudizio concentrato solo sull’ultimo lavoro quando si parla di gruppi storici come i Pink Floyd. Dal punto di vista qualitativo è sempre ineccepibile, e non mi dilungherò a riguardo, per quello basta semplicemente ascoltarlo e venire catapultati da capo nelle atmosfere di The Divison Bell, e il problema è proprio quello.

C’era davvero bisogno di questo “The Divison Bell pt.2″? Il brand Pink Floyd non poteva semplicemente chiudersi perfettamente con High Hopes? Che senso ha avuto ricacciare queste registrazioni vecchie e metterle insieme in un disco?

La verità è che per quanto bello possa essere, The Endless River è un disco estremamente noioso, perché davvero si poteva fare a meno di pubblicarlo come album ufficiale.

Capisco il ricordo affettivo nei confronti del defunto tastierista Rick Wright, ma queste 21 tracce sono palesemente attaccate di forza, piene di autorichiami che fanno sembrare il disco come un settantenne che ama ricordare quant’era bello e forte in gioventù, magari un esplicito riferimento allo status mentale dei due superstiti della band.

The Endless River avrebbe avuto senso qualche mese, un anno dopo The Division Bell, ma anche in concomitanza con la morte di Richard Wright, ma nel novembre del 2014 anche no.

Thanks but no thanks, Pink Floyd

Antonio Tarricone