Recensione Artefici – L’ipocrisia del babbano

Ricalcando il titolo che richiama l’mmaginario “potteriano”, questo lavoro degli ARTEFICI riesce a cogliere lampi di autentica magia.

Le varie traccie mettono in scena la poetica del gruppo romano, passando da atmosfere power-rock a slanci melodici, senza nulla togliere al pathos dell’ascoltatore.

I testi, tutti in italiano, necessitano di più di un ascolto per coglierne tutte le sfumature.

La complessità delle liriche rende a volte spiazzante la metrica della linea vocale, ma grazie alla bravura dei musicisti, sezione ritmica in primis, tutto scorre liscio.

I numerosi cambi di passo lasciano intravedere influenze prog-rock, rivisitate in maniera assolutamente originale. I brani si presentano in un perfetto equilibrio di musicalità e complessità, privi di tutti quei preziosismi che ne renderebbero faticoso l’ascolto.

Tra le 10 tracce spicca la suite OBE, divisa in due parti, per un totale di circa 10 minuti di musica accattivante e riflessiva, e la open track, MAINSTREAM LO-FI, che mette subito in chiaro che gli ARTEFICI hanno idee chiare e mezzi per esprimerle al meglio.

Ultima chicca, la finale, SEPOLTURA, dove la teatralità del cantante la fa da padrone.

Musica precisa e coinvolgente, testi che fotografano le contraddizioni di questa era di social-solitudine: questi ragazzi sono stati “artefici” di un lavoro che sentiremo suonare a lungo.

Alessandro Vannozzi

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